Madagascar luogo d'approdo per genti e culture diverse - Circle Magazine
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Madagascar: un luogo di approdo per tutti i popoli del mondo

di Elena Dak

C’è un’isola d’Africa che porta su di sé le tracce di tutti i popoli che, approdando sulle sue coste, l’hanno eletta a loro terra. Per genti d’Asia e India, africane e arabe il Madagascar è apparso come il luogo di approdo e qui le loro culture d’origine si sono radicate garantendo la conservazione di tratti che solo la distanza dalla terra natia promette, dando al tempo stesso origine a sincretismi unici. Anche la varietà del paesaggio fa pensare che al momento della creazione, i pezzi rimasti da altri Paesi del mondo, siano stati impastati per creare un Paese ancora. Lasciando la capitale alle spalle, Antananarivo detta Tanà, le colline brulle si susseguono per chilometri. Dentro le gole si nascondono frammenti verdi, eredi di antiche foreste ormai scomparse, campi color smeraldo e risaie. Lungo il fiume Tsiribihina compaiono minuscoli villaggi e si può cogliere il piacere di navigare lentamente e avvistare i primi lemuri, animali simbolo del paese. Dopo le foreste, grandi falesie di arenaria animano il paesaggio. All’alba tutto è avvolto nelle nebbia fitta che dal fiume si espande sulle rive sabbiose e gli orti. In breve, a partire dalle cime dei baobab, il vapore svanisce in ciuffi che si disperdono e tutto si svela. Oltre il fiume, grandeggiano manghi maestosi: terra rossissima, alberi di papaia, banani, il senso del tropico.

Madagascar. Foto di Elena Dak
Madagascar. Foto di Elena Dak

La foresta dell’ovest custodisce picchi che sembrano appartenere a un altro pianeta, gli Tsinghi, un’avventura alla portata di tutti: corde fisse, scalette nella roccia, strette gole. I grandi Tsinghi sono lame di roccia seghettate, taglienti e nere che svettano tra gli alberi. Arriva la splendida luce del tramonto. I fari delle jeep illuminano chilometri di terra rossa e gente su carri trainati dai buoi che torna, al buio, verso casa. Dall’ampia veranda al primo piano di un piccolo hotel in stile coloniale che fa tanto pensare a Cuba, a Belo si osserva l’Africa che cammina nel primo mattino con le ceste sul capo. Prima dell’alba il muezzin intona il suo canto, poi un numero imprecisato di galli, vicini e lontani, danno inizio a un coro, con echi e rimandi, che continua anche ora che è giorno fatto. Il tempo di un’altra giornata passata su piste polverose che attraversano la vita di villaggi e foreste, ed ecco l’Avenue de baobab. Uno di quei momenti che nella vita si presenta assai di rado sta per manifestarsi: mentre il sole tramonta da un lato la luna piena sale, nitida e luminosa, spinta dal buio a lato di alcuni baobab longilinei. Il cielo, alle spalle dei baobab, scultorei come giganti, è sempre più rosso. Oltre le bellezze dell’interno, quando sembra che non ci sia più terra da visitare, si estende il mare. Nell’isoletta di Nosy Ve la spiaggia è cosparsa di conchiglie e ricci. Qui vive solo il guardiano dell’isola in compagnia degli uccelli con la coda sottile e lunga come un ago. Avvicinandosi all’estremità dell’isola tre piroghe a bilanciere riposano sulla spiaggia lambita da un azzurro turchese, verde acqua tagliato da qualche lingua di sabbia della stessa gradazione delle vele, color crema. Lontano si fa e si disfa una riga di schiuma nel punto in cui il mare si infrange contro la barriera. Pescatori stesi sulla sabbia, attendono. Alle 6 del mattino è ancora buio. L’alba spinge via il buio col solito soffio fresco. Basta una passeggiata sulla battigia per arrivare al villaggio di Anakao: una fila di capanne allineate precedute da un’infilata di canoe, come uno squadrone di legni pronti a salpare. Bruciano i primi fuochi intorno ai quali gli uomini sono accucciati, stretti ancora nelle coperte della notte. Carbone e salsedine si mescolano sull’orlo delle narici. In uno slargo si prepara il mercato, tra sacchi, teli e sabbia.

Madagascar. Foto di Elena Dak
Madagascar. Foto di Elena Dak

Lasciato il mare alle spalle, nel cuore dell’isola si ritrovano le foreste salvate, belle e tenaci. Un esercito di code ad anelli bianchi e neri, dritte come pertiche, avanza in una radura: sono lemuri Katta. In alto tra gli alberi altri lemuri bianchi si lanciano tra i rami: esseri surreali. C’è il tempo per una passeggiata a cavallo nel parco dell’Isalo: il vento si insinua tra le palme producendo fruscii croccanti e scuote vigoroso tutti gli alberi: protezione e timore al tempo stesso. Le erbe dorate sono punteggiate di alberelli argentei e cespugli di fiori viola. Villaggi minimi di case elementari, rosse come la terra su cui sono poggiate, sono raccolti sui pendii delle colline o allungati ai lati della strada. Ogni casa ha un albero di papaia sul davanti, ricco di frutti grossi come seni prosperosi. Tutte le famiglie dispongono le pannocchie a seccare in fila sulla balaustra delle terrazze, altri le appendono sotto il bordo del tetto o le dispongono a cavallo di rami d’alberi secchi. Donne camminano sul ciglio della strada coi bimbi tra le braccia e la faccia ricoperta di una poltiglia biancastra di corteccia di fico o tamarindo per proteggersi dal sole e farsi belle. Davanti a una delle ultime case di un paese c’è un vecchio in piedi, i capelli bianchi e il bastone. Al cenno di un saluto risponde col palmo della mano sollevato. Il sole sta tramontando e tutto finisce in un’ombra color terra: case, uomini, zebù. Ecco uno di quei momenti che valgono un viaggio.

Madagascar. Foto di Elena Dak
Madagascar. Foto di Elena Dak

A giorno fatto, montagne terrazzate a risaie si susseguono infinite. Uomini, con l’acqua alla ginocchia, spingono aratri trainati da zebù. Oltre le immagini bucoliche, svettano cime di granito. La foresta pluviale di Ranomafana si estende fitta. Ti accoglie e quasi intrappola. Si vedono tanti tipi di lemuri, talvolta da molto vicino, in silenzio. I Sifaka Edward ammaliano: manto marrone scuro con una cintura di pelo bianco intorno alla pancia! Poco lontano dalla capitale, ecco un assembramento: si sta svolgendo il rito del Famadihama, la riesumazione dei corpi dei defunti dalle tombe, consuetudine legata al culto dei morti. Tutto il villaggio assiste e fa festa intorno alla tomba di famiglia. Le salme chiuse in nuovi sudari bianchi vengono poggiate su stuoie e portate danzando lungo le strade del paese. Emozione a fior di pelle. Si riparte. La città è poco lontana: ai lati della strada montagne di carote arancioni colorano il selciato, i carri, la terra.

Articolo pubblicato su Kel 12 Circle Magazine #04 / marzo 2017.

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