Lontane isole nel vento. Polinesia francese. Arcipelago isole Marchesi - Circle Magazine
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Lontane isole nel vento

di Antonio Cereda

Milioni e milioni di anni fa, quando i continenti erano già formati e la terra aveva ormai acquisito, più o meno, le sue caratteristiche principali, esisteva un aspetto dell’universo di fronte al quale tutti gli altri scomparivano. Era, questo, un oceano sterminato, a oriente del continente maggiore, massa d’acqua gigantesca, irrequieta, mutevole, che tuttavia un giorno avrebbe ricevuto l’appellativo di Pacifico. (James Albert Michener)

Isole Marchesi, oceano Pacifico, l’arcipelago più settentrionale della remota Polinesia francese! Destinazioni avvolte nelle lievi spirali dei sogni, là dove il mito incontra la realtà magica, queste sono le priorità che, in buona misura, determinano la meta dei nostri vagabondaggi. La notizia che uno sperduto arcipelago, galleggiante nell’immenso vuoto dell’oceano Pacifico, è raggiungibile da Papeete, il capoluogo della collettività della Polinesia francese, con una lunga navigazione a bordo di una nave cargo, l’unico naviglio che percorre regolarmente quella rotta, rafforza il sogno e il desiderio di esserci, di essere là sulla coffa più alta (si fa per dire) a scrutare l’orizzonte e annunciare a gran voce: terra, terra! Ed eccoci partire per una crociera sulle tracce di uomini avventurosi, uomini d’arte e di ingegno che subirono la fascinazione di questo inconsueto arcipelago di isole apparentemente arcigne, dimorandovi per periodi più o meno lunghi della loro vita. Quando il cargo si stacca dalla banchina, l’oceano, sapendo di esser il più forte, si apre alla prua della nave lasciandola passare, stiamo navigando!

Polinesia la valle di Taipivai. Foto di Antonio Cereda
Polinesia. la valle di Taipivai vista dall’altura di Meae Paeke. Foto di Antonio Cereda

Ua Pou è la prima isola delle Marchesi che incontriamo. Cielo imbronciato e basse nuvole plumbee fanno da fondale a dodici spettacolari pilastri di basalto, colonne di trachite grigia che s’innalzano dal centro dell’isola, le pareti severe precipitano nelle profondità delle verdi vallate donando al paesaggio un’intensità impressionante. Giunti all’isola di Nuku Hiva, il cargo getta l’ancora nella baia di Taiohae delimitata da due grandi rocce chiamate Sentinelle. Sul lungomare sono allineati splendidi Tiki, rappresentazioni delle divinità locali, tutte in tufo rosso, alcuni antichi altri più recenti. L’insieme è così bello da sembrare irreale. Raggiungiamo quindi Fatu Hiva, l’isola dei superlativi: formata da due crateri è la più meridionale, la più ricca d’acqua, la più lussureggiante, la più lontana e la più autentica dell’arcipelago. A Omoa un piccolo villaggio riparato dalle scoscese pareti rocciose delle due caldere, assistiamo alla preparazione della tapa: la corteccia del gelso o del banano e dell’albero del pane viene battuta dalle donne del villaggio sino a ricavarne una forte stoffa vegetale di colore bianco o rossiccio. Nei tempi antichi con la tapa si confezionavano gli abiti, oggi è utilizzata per riprodurre i tradizionali disegni dei tatoos. Qui scopriamo anche che le donne si ornano i capelli di bouquet di fiori e erbe profumate gli “umu hei”. Ma attenzione: sono anche pozioni d’amore! Una stupefacente tavolozza di colori, dove le infinite sfumature d’azzurro, d’ocra, di verde, di giallo, di rosso e di grigio che tingono cielo, mare, alberi, prati e rocce, ci accompagna sino al villaggio di Hanavave e alla Baia delle Vergini, così chiamata per i grandi picchi rocciosi che evocano delicate silhouette femminili.

Preparazione del pescato nel villaggio di Taiohe, sull'isola di Nuku Hiva. Foto di Antonio Cereda
Preparazione del pescato nel villaggio di Taiohe, sull’isola di Nuku Hiva. Foto di Antonio Cereda

Flessuose, aggraziate e gioiosamente in carne “vahinè” danzano per noi che siamo in procinto di lasciare la loro incantevole isola acuendo la malinconia che spesso si accompagna alla felicità. E per dirla con le parole di Hugo Pratt: «Mi succede spesso di non avere più voglia di uscire da questo mondo di miti e di non sapere più nemmeno dov’è il mondo reale». Raggiungiamo quindi Hiva Oa il giardino delle Marchesi, l’isola dai paesaggi aspri, dalle spiagge di sabbia scura con scogliere a picco nell’oceano. Qui si allineano giganteschi banyan, alberi del pane, papaya, palme da cocco e qui sono sepolti il pittore Gauguin e il cantante e poeta Jacques Brel. Scesi raggiungiamo in breve il sito archeologico di Meae Lipona e ce ne accorgiamo quando nel bel mezzo della fitta vegetazione arboricola si apre una verde spianata con al centro i resti degli altari vigilati dalle rocciose statue dei Tiki. Il più imponente, alto 243 centimetri è il Tiki sorridente di Takaii, potente capo guerriero. Ma è già ora di ripartire e dopo una nottata di navigazione attracchiamo nella baia Vaitahu di Tahuata, l’sola più piccola dell’arcipelago. È domenica e la comunità locale è riunita nella piccola chiesa per la celebrazione della santa messa. Le donne indossano i loro abiti migliori e in testa portano graziosi cappellini di paglia impreziositi da fiori colorati. La funzione è rallegrata da canti e preghiere cui partecipano attivamente e con entusiasmo tutti i fedeli. Andiamo alla ricerca della “bottega” di un noto intagliatore e miniaturista, il maestro Kiki. Impossibile resistere alla squisita bellezza delle piccole preziose sculture in osso in esposizione e alla gentilezza dell’artista ed ecco che una splendida manta viaggerà con noi verso l’Italia! Altro must imperdibile è la visita a un famoso tatuatore, anche se poi finisce che usciamo senza tattoo.

Isola-di-Papeete.-Foto-di-Antonio-Cereda
L’isola di Papeete è il punto d partenza per la navigazione lungo l’arcipelago delle Marchesi. Foto di Antonio Cereda

Ed eccoci a Ua – Huka l’ultimo approdo prima di lasciare l’arcipelago delle Marchesi, l’isola più arida di tutta la Polinesia francese che, anche nella sua desolazione, offre un paesaggio straordinario. Nel pomeriggio bordeggiamo la costa meridionale (Sud-Ovest) dell’isola che è un susseguirsi di piccole baie, grotte, pareti rocciose incise da profonde erosioni e con diverse colorazioni dal verde rame al rosso ocra ferroso. Subito dietro la linea costiera appaiono alture ondulate e spoglie, ma tinte con incredibili sfumature di colori.
Più oltre, più lontano scorgiamo fitti palmeti e prati verdi. Al largo incrociamo diversi isolotti, il più grande è la Birds Island, quando la doppiamo, dalla sua superficie piatta, aridissima e ricoperta di uno spesso strato di guano, si alzano in volo migliaia di sterne.

La prua ora è volta verso il mare aperto, inizia la navigazione verso la destinazione finale: Papeete! E come diceva bene Alberto Moravia succede che «durante il viaggio il tempo rallenta e si allunga, quando viaggi la durata si sfilaccia e si moltiplica in una quantità di eventi minuti».

Foto in apertura di Antonio Cereda.

Articolo pubblicato su Kel 12 Circle Magazine, issue 05 / ottobre 2017. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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