San Pietroburgo tra sogno e razionalità - Circle Magazine
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Il senso di Pietroburgo

di Marco Patrioli

Uccidilo, quel chiar di luna. Un impero aderisce a regole ferree, specie agli albori del XVIII secolo e specie se disteso su tutta la lunghezza del continente euro-asiatico. Eppure Pietroburgo fin dall’inizio, da quando lo zar Pietro pose il primo mattone e trasformò acquitrini melmosi in sontuosi canali smaltati dal tramonto boreale, ha rappresentato un’anomalia, uno splendido equivoco di impronta quasi lunare; suggellato da un imminente destino di continue distruzioni e rinascite. Una città consacrata al sogno, quello visionario e monarchico, ma anche una città scelleratamente razionale per contenere tutta l’acqua intorno e sopra cui è edificata. In altre parole una città che necessitava di abbandonare persino l’umano per trovare la sua identità. Davanti all’Hermitage – punto di incrocio tra privilegi e arte voluto da Caterina II – questo reagente fondativo diventa emblematico specialmente in inverno, quando la neve ritaglia i contorni della storia: le implacabili prospettive, alimentate da simmetrie e linee a dir poco ardite, rimpiccioliscono così tanto la figura umana da renderla sepolcrale, inerte.

Saint Petersbourg. Foto di Jackmac 34
Palazzo di Caterina a Tsarkoe Selo. Foto di Jackmac 34

Si può quindi dire che se è al romanticismo che si deve ricorrere per trattenere tutta la potenza espressiva di Pietroburgo, è dal romanticismo che ci si deve guardare per raccontare questa città. E uccidere quel chiar di luna a Pietroburgo vuol dire non solo evitare facili formule (per esempio quella che la vuole come una Venezia in versione russa, o città unicamente consacrata alle notti bianche), ma soprattutto accostarsi anche alla faccia in ombra di quella luna. Ai kommunalka per esempio, che sono gli appartamenti in cui tutt’oggi vive un quinto della popolazione: abitazioni in cui si condivide la cucina, e altri ambienti, tra più famiglie. Nati con la rivoluzione d’ottobre sono un lascito sovietico la cui traccia è ancora decisiva. O anche i rigori invernali, che con la neve regalano alla città uno spessore morbido e luminoso, capace di raccontare il suo senso più segreto e di restituirne quella particolare atmosfera so usa.

Moschea di San Pietroburgo Foto di Astryd Mad
Moschea di San Pietroburgo. Foto di Astryd Mad

C’è nei Racconti di Pietroburgo, di Gogol, una pagina in cui un pittore siede davanti a una candela accesa, senza riuscire più a creare, e senza poter addormentarsi: “solo la fiamma della candela traspirava attraverso i sogni che lo soprafacevano”. Ugualmente allo stato sospeso del pittore gogoliano, solo modulando il proprio sguardo su questa linea sottile di oscillazione si può trovare la vera Pietroburgo. Tra l’angelo della colonna di Alessandro, al palazzo d’Inverno, e i cortili dimessi e cadenti di alcuni tra i più bei palazzi Ottocenteschi; tra la Pietroburgo che si staglia come un’oasi nel deserto dei ghiacci delle brume del nord, definita la “Palmira del nord”, e la capitale dimessa e sinistra dei rigattieri di Delitto e Castigo di Dostoevskij.
La città che per volontà di Pietro doveva rivaleggiare con le antiche città europee, quasi un atto di follia, e la città che Caterina la Grande non fu in grado di sottrarre al dispotismo nonostante le migliori intenzioni illuministiche. Le solenni celebrazioni della diversità russa e le circa 50.000 persone morte nei lavori di costruzione. Non tutto, infatti, andò come preventivato quando Pietro diede ai suoi progettisti – per lo più architetti italiani francesi e tedeschi al momento disoccupati – un’immensa quantità di spazio e di acqua, in cui muoversi.

San Pietroburgo. Foto di Tortic84
San Pietroburgo. Foto di Tortic84

E nel bene e nel male l’acqua nella creazione e nell’attualità di Pietroburgo è decisiva. Non solo la città è situata su 42 isole intrecciate l’una all’altra da più di 400 ponti, e non solo la prima passeggiata costeggerà sempre il canale della Griboedova, che attraversa il cuore della città, tra grifoni e cupole dorate. Ma soprattutto l’acqua di Pietroburgo ha una sua memoria, letteralmente: cadute, ascese e orrori. In questo caso non occorre fare appello alla quantistica se si vogliono rintracciare delle risposte positive all’ipotesi di una vera e propria memoria dell’acqua: la coerenza della molecola di acqua è la stessa di Peter, come amano chiamarla i suoi abitanti. Pietro in prima persona amava l’acqua e voleva che la Neva fosse il centro vitale di Pietroburgo, e l’isola Vasilevskj il suo cuore pulsante. Come spesso con i progetti più ambiziosi, la realtà si è cristallizzata diversamente e i pietroburghesi hanno scelto per le loro case, la zona a sud della Neva, lasciando l’isola alle istituzioni accademiche, come l’Università. Uomo d’ingegno ma anche di personalità psicotica, Pietro pretendeva un controllo totale non solo sui piani urbanistici, ma anche sulla vita di corte, e arrivò a torturare a morte il figlio per il sospetto che stesse organizzando una trama contro di lui. All’acqua si lega anche la musica, che tanta parte ha avuto nella fama di Pietroburgo. Vibrazione sonora che è anche energetica, e che ha nel Teatro Marijnski il suo palcoscenico privilegiato, famoso in tutto il mondo, e che dà il nome al quartiere che può essere considerato il cuore culturale della città. Tutto è uno, a Pietroburgo: persino Caterina, che era di ascendenze germaniche e impastata di concretezza teutonica, si arrese alla suggestione della sua dimensione sovrastorica, impegnandosi nella sua a affermazione in direzione neoclassica. E le corti italiane e francesi, orgogliose di non aver rivali nella rappresentazione della storia e dei fasti, furono pronte a riconoscere che “i russi” li avevano superati per la pazienza e l’accuratezza con cui a Pietroburgo avevano saputo ritrarre la bellezza. La luna era stata conquistata.

San Pietroburgo. Foto di Rolfne
San Pietroburgo. Foto di Rolfne

 

Articolo pubblicato su Kel 12 Circle Magazine #04, settembre 2016

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